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Helene, dopo numerosi
racconti, con Nell’uovo cosmico ti confronti per la prima volta con
un romanzo. Questo passaggio rappresenta una naturale continuità
delle tua modalità narrative o credi che si tratti dell’approdo
verso una forma più elaborata o più sicura, o più matura della tua
scrittura?
Il romanzo “Nell’uovo cosmico” si stava “germogliando” già dai tempi
del “Tragediometro…”. La differenza sostanziale sta nella volontà di
raccontare cose diverse in modo differente. Se è “più elaborato, più
sicuro, più maturo” lo lascio giudicare al lettore.
Nei tuoi racconti precedenti anche i toni più seri, gli eventi
tragici, la rabbia, la nostalgia, sono controllati e mutuati da
umorismo e ironia, Nell’uovo cosmico ci presenta invece atmosfere
inquietanti in cui un potere violento e malvagio sembra condizionare
ogni aspetto della nostra vita, e l’ironia sembra farsi anch’essa
amara, quando non tragica.
L’ironia è una tipologia di umorismo, no? C’è l’ironia di battuta e
l’ironia di situazione. Se volessimo visualizzare la comicità in
Nell’uovo cosmico, la paragonerei a quella di Buster Keaton, una
maschera comica dalle labbra serrate e dagli occhi a forma di
interrogativo che non sorride mai ma che si fa cacciare sempre nelle
situazioni più paradossali. Questo è l’umorismo del romanzo
Nell’uovo cosmico, il titolo già suggerisce un tentativo di
demistificare questo antico mitema.
Nel tuo romanzo l’intreccio trova come collante il riferimento a
miti, rituali iniziatici, simboli misterici che si contaminano con
gli scenari di un’umanità che pare asservita alla logica brutale e
materialistica del potere e del denaro. Come si conciliano questi
universi apparentemente così distanti?
Il “potere violento e malvagio” dalla logica brutale e
materialistica “basata sul denaro” non si individua mai facilmente,
non si presenta mai così, nudo e crudo. Altrimenti sarebbe stato uno
spauracchio da favola per bambini e agli spauracchi spruzzati di
incenso moralistico non crede nessun adulto. Il potere vero si
instaura creando prima un’atmosfera mistificatoria intorno a sé,
un’atmosfera fatta di riti, simboli, tabù, miti e credenze antiche
quanto inconsapevoli (un esempio semplice ne è la manipolazione dei
mass media) e nel frattempo inizia a operare o a “macinare”, tanto
per usare un termine caro a FaraEditore, alias Alessandro Ramberti.
Riferendomi ai miti, quindi, ho inteso rappresentare proprio questa
caratteristica del potere, che innesca un processo di mistificazione
complesso e intricato, mai semplice. Ma poi, il riferimento ha anche
altre chiavi di lettura perché i miti sono potenti (sic). Nessuno
riesce a toccare il “fondo” dell’umanità così efficacemente come i
miti.
La protagonista del tuo romanzo prende coscienza di essere
inserita in un sistema che, come un mostro vorace, divora ogni
valore ideale e ogni esistenza allo scopo di perpetrare la sua
ineluttabile funzione di controllo e di potere. Pur dovendone
sperimentare la violenza e la brutalità, il tentativo di una via di
fuga da quel sistema, l’uscita “fuori dal pozzo”, la porta alla
ricerca della propria identità, e con essa della propria alterità
emotiva e culturale a quel sistema. E’ un percorso difficile e dagli
esiti incerti. E’ anche il percorso a cui è chiamato ciascuno di noi
in questa “comunità in subbuglio”?
Prima di tutto, grazie della citazione. Mi sembra un’ottima
interpretazione anche se, come l’avevo concepito inizialmente, il
“pozzo” aveva un significato più intimo.
Vorrei soffermarmi qui, per un attimo, sul fatto che il romanzo
parla anche di cose intime, come l’amore, la passione, il
tradimento, l’ambizione e la vendetta. Andrebbe anche letto come un
romanzo sull’attualità, pensate che inizia con una serie di
intercettazioni ambientali. Ma per la protagonista è difficile
distinguere i buoni dai cattivi e questa sua “incertezza” rende il
romanzo “aperto” a varie interpretazioni e livelli di lettura. Ma
l’incertezza c’è. E rimane.
A proposito di attualità, tra gli spaccati di realtà fotografati
dal tuo romanzo trovano spazio anche diverse figure di migranti,
ritratti nelle loro misere esistenze di venditori dispersi nel
viavai metropolitano o come profughi e clandestini trattati come
merce umana per torbidi mercati, ma anche come potenziali portatori
di culture che sanno fondersi in un metaforico “ballo cosmico”.
Potresti approfondire qual è il ruolo che affidi a questi
personaggi?
Sì. Il ruolo dei migranti si evolve nel romanzo: da
“extracomunitari” smarriti, chiamati provocatoriamente proprio così,
da merce umana, diventano i sostegni sui quali costruire nuove
speranze, chiamiamolo “futuro”, se vuoi.
Il gioco di parole fra “ensemble”, termine che si attribuisce
solitamente ad un gruppo coreutico-musicale e “insieme” come
contrario di frammenti, è voluto. I migranti che arrivano in una
notte tempestosa, la vita appesa da un filo (la volontà di altri
umani) hanno il potenziale di aiutare a costruire l’insieme globale,
cosmico.
Usciamo ora dal tuo romanzo, perché oltre che scrittrice sei
un’insegnante e ti vorrei chiedere se hai notato che quest’anno una
delle tracce dei temi dell’Esame di Stato riportava tra la
documentazione allegata brani di scrittori migranti: precisamente
un’intervista rilasciata da Christiana de Caldas Brito alla rivista
“Leggere donna” e un’intervista a Julio Monteiro Martins realizzata
proprio da “Vocidalsilenzio”. Cosa ne pensi?
Finalmente un riconoscimento istituzionale alla letteratura italiana
della migrazione!
L’ho saputo immediatamente e le mie reazioni sono state emozioni di
orgoglio, gratificazione e gratitudine. Conosco Christiana de Caldas
Brito e Julio Monteiro Martins da un po’ di anni. Christiana l’ho
invitata a scuola nell’ambito del Progetto Intercultura, e abbiamo
letto, discusso e interpretato i suoi racconti con i ragazzi. Julio
mi ha accolto a Lucca con grande simpatia.
E questo grazie a voi, “Vocidalsilenzio”, bella gente di Ferrara, da
voi ho vissuto giorni indimenticabili insieme ad altri carissimi
scrittori migranti, i colleghi e i ragazzi. Sono orgogliosa di aver
lavorato e di aver imparato a declinare l’intercultura e l’impegno
vero proprio da voi, con voi. Spero, mi auguro, di far parte delle
“VocidalSilenzio” ancora. Ma c’è anche la gratificazione di
incontrare gli occhi brillanti dei ragazzi che mi cercavano per
dirmi “Beh, avevi ragione, allora! Christiana ce l’hai fatta
conoscere tu, l’abbiamo vista, incontrata, l’abbiamo letta, ci
abbiamo parlato, abbiamo a casa il suo libro firmato da lei.” Anche
alcune colleghe mi hanno detto “Hai visto? I ragazzi erano
entusiasmati!” Erano orgogliose anche loro. Questa vale come
risposta a tutte quelle volte che ho visto il Progetto Intercultura
rischiare di non realizzarsi a causa delle critiche:
• “Troppo tempo sprecato e tolto dalle vere lezioni!” (Ma quali sono
la “vere” lezioni?) o
• “I mediatori culturali sono purtroppo esterni alla scuola!” (Ma se
non fossero esterni, che mediatori culturali sarebbero?)
• Oppure la Signora Burocrazia (sic) che ti pone il quesito: “Che
impatto hanno avuto gli incontri interculturali sugli studenti?
Precisare.” “L’impatto più forte! Hanno conosciuto in persona gli
autori e sanno parlare di emozioni provocate dalle letture. I testi
letterari si sono trasformati in vissuto, non mere note biografiche
e recensioni maldigerite! La letteratura della migrazione fa parte
del vissuto degli studenti, di tutti gli studenti, oramai.”
Ecco perché vi dico: “Grazie, VocidalSilenzio! Io con voi esco dal
“pozzo nero” della frustrazione. Adesso le speranze ci sono.
Facciamoci sentire sempre più forti!”
(Ferrara - Roma Luglio
2006)
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