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"Nell'uovo cosmico"
Lavorando in una fatiscente quanto verisimile società di dubbi
appalti e losche attività di intermediazione una donna decide di
imprimere alla propria esistenza una superaccellerazione, cambia
vita, rovescia il suo modo di essere e di agire, indaga sui motivi
che ne hanno scardinato l’anonimo fluire e finisce, così, per
ritrovare se stessa, risalendo la china di quello che chiama
ossessivamente lungo tutto il romanzo il suo “pozzo nero”. Il metodo
è quello investigativo, giocato sui travestimenti e gli scambi di
ruolo, il ritmo è quello incalzante dei fanta-thriller, la scrittura
ampiamente dialogata e perciò fortemente paratattica e
giustappositiva, ritmica, icastica che contrassegna lo stile ironico
e perfettamente controllato dell’autrice Helene Paraskeva.
Ne risulta una trama particolarmente complessa, con continui colpi
di scena e depistaggi, tanto che gli eventi sembrano aggrovigliarsi
come i serpenti attorno al capo della Gorgone, mitica figura
orrorifica dell’antichità greca, personaggio centrale del romanzo,
maschera potente, capace di generare gli incubi peggiori, ma anche
di celare il più intimo segreto dell’umana fragilità: la ricerca
dell’amore, la custodia degli affetti più cari.
Nell’uovo cosmico, antico e potente mitema dell’unità cosmica, dell’indivisione
primordiale dell’essere, lungo il faticoso percorso di
riappropriazione del sé, c’è posto per ogni tipo di contraddizione;
convivono, nel turbinio della narrazione, l’amore e la morte, l’odio
e l’ingenuità, il tradimento e la solidarietà, il sacrificio e la
dissimulazione, come altrettanti aspetti della personalità incarnati
da una galleria, alquanto ricca, di “tipi umani” dai nomi bizzarri e
significativi: l’Oscuro, il Laido, il Conte, il Faraone e, su tutti,
la rugosa Pietra, detentrice dell’uovo cosmico che predice il futuro
e anche, forse, personificazione che allude all’origine (da una
pietra appunto) del potente dio Mitra, il cui esoterismo è sotteso
nell’architettura dell’intero romanzo.
La compresenza di aspetti così contrastanti dell’umano agire,
presenti nella rete degli eventi senza soluzione di continuità,
richiama l’idea dell’assenza di un vero limite anche tra ciò che è
lecito e ciò che non lo è: in effetti la stessa trama resta ambigua
fino alla fine, aperta a soluzioni inattese, con continue inversioni
di senso.
“Diceva che una terrazza senza parapetti sarebbe stata una prigione
perfetta” fa dire l’autrice del romanzo all’ingenua Ofelia, verso la
fine del romanzo: se un limite c’è, in fondo, hanno ragione di
esistere le due regioni confinanti che vi si affacciano; l’una è la
roccia della piccola isola-prigione e l’altra l’infinità del mare,
il noto e l’ignoto, la memoria e l’oblio, il bene e il male con
l’implicita possibilità di guadare il confine e deciderne
consapevolmente l’attraversamento. Così come nelle radici
idealistiche del nostro romanticismo europeo la presenza stessa di
un limite è motore per il superamento della finitudine del proprio
Io, l’assenza del limite può essere alquanto destabilizzante,
richiamare al Far West dell’indistinzione preolimpica, favorire,
nell’assenza di regole, il voltafaccia dei doppiogiochisti, impedire
il riconoscimento degli amici e dei nemici.
Più volte Dora Forti verrà ammonita, nel romanzo, nella sua
incapacità di distinguere gli uni dagli altri, tutti, comunque,
ugualmente stritolati da un gioco di potere in cui resta, fino alla
fine, incerta la codificazione dei ruoli, nel dipanarsi di una
storia in cui il sistematico richiamo alla ritualità esoterica
riflette e amplifica il senso di mistero.
Quello della Paraskeva con il mito è un rapporto ambiguo e
conflittuale, fatto di intimo coinvolgimento con la cultura
d’origine e di distacco ironico: in questo caso, a partire già dal
titolo del romanzo, fino alla citazione conclusiva, passando
attraverso una rete di continui rimandi all’iconografia mitraica
sembra che il mito si presti particolarmente bene a spiegare
comportamenti, rivelare interne scissioni dell’animo umano,
delineare dinamiche sociali nel fumettistico microcosmo della
società McTrash, nel quale si consuma l’iniziazione alla vita di
Dora Forti.
Attraverso il culto di Mitra, dio protettore della giustizia e dei
patti, degli “interessi consorziati”, la Paraskeva ci parla di una
società smarrita che riscopre il fascino dell’esoterismo, della
fidelizzazione, del sacrificio al dio denaro, di un occulto potere a
cui sottomettere le proprie debolezze. Eppure il romanzo si conclude
(ancora un colpo di scena) con la lunga citazione della tesi
evemeristica sull’origine umana degli dei: “Evemero trovò un grande
tempio e dentro un’iscrizione su una stele d’oro che spiegava
l’origine di quegli antichi dei. Erano umani, diceva l’iscrizione
sulla stele d’oro, erano comuni mortali come noi, gli antichi dei,
ma furono capaci di creare un culto intorno alle loro gesta e
passare poi all’eternità”, racconta, in chiusura Dora Forti al
Laido, come chiave di lettura di quella potente allegoria del mondo
moderno rappresentata dalla misteriosa McTrash. La pesante
impalcatura del mito sembra, allora, crollare; resta invece in piedi
il senso di una storia costruita sulla ricerca di affetti autentici,
sull’impegno sociale e ambientale, sull’odio e l’amore vissuti con
spiccata sensibilità.
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